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«Tanto non ce la farò mai, meglio lasciar perdere.» Quante volte capita di sentire questa frase? E spesso il traguardo è oggettivamente alla portata come perdere peso, smettere di fumare o cambiare lavoro.

Nel suo libro Perseverare è umano, Pietro Trabucchi, uno dei maggiori esperti di resilienza, sostiene che ciò accade quando il nostro senso di autoefficacia è debole. Vale a dire che, pur desiderando fortemente un obiettivo, si crea in noi la convinzione di non farcela.

Eppure, nella storia dell’uomo, abbiamo un’infinità di casi dove la motivazione consente di superare qualsiasi limite. Come nel caso di Kerri Strug.

Olimpiadi di Atlanta 1996, specialità ginnastica artistica. La squadra di casa si gioca il primo storico oro contro le rivali russe. E arriva all’ultima rotazione al volteggio con un vantaggio rassicurante: nove decimi sulle avversarie.

Ma è qui che accade l’imponderabile. Dominique Munceanu, uno scricciolo di appena quattordici anni a cui spetta il compito di sancire la vittoria, finisce a terra per ben due volte vittima dell’emozione.

La pressione passa quindi tutta su Kerri Strug, non di certo la più talentuosa delle “Magnifiche 7”: spetta a lei chiudere la gara.

L’arena di Atlanta è tutta uno sventolare di bandierine a stelle e strisce quando si appresta al salto. La folla è in piedi mentre Kerri corre ma lei no: proprio come la Munceanu sbaglia l’atterraggio e cade.

Ed è qui che la legge tanto cara a Murphy “se qualcosa può andar male, andrà male” si manifesta ancora una volta: la caviglia sinistra di Kerri ha fatto crack. Successivamente i medici accerteranno lo strappo di due tendini.

Il pubblico ammutolisce vedendo la propria beniamina zoppicare: di norma per lei le Olimpiadi sarebbero finite. Le compagne la guardano con le lacrime agli occhi mentre realizzano che la tanto agognata medaglia sta sfuggendo loro di mano.

Ma l’allenatore Béla Károly, un omone con i baffi famoso per i suoi metodi discutibili, non si da per vinto e la incoraggia da bordo gara: «Ascoltami Kerri: occorre un altro salto. So che puoi farcela.»

Se possibile, i decibel dell’arena sono ancora più alti, quando Kerri si appresta al suo secondo e ultimo volteggio. Tutti gli occhi su di lei mentre prende la rincorsa.

Il tempo sembra sospeso mentre sale in aria come un fuscello. E il boato del pubblico esplode quando il suo avvitamento si conclude con l’atterraggio, stavolta buono. 9.712 il punteggio che vale alle “Magnifiche 7” l’oro e l’ingresso nella storia.

La smorfia di dolore di Kerri si trasforma in gioia pura quando Károly la prende in braccio e l’adagia sul podio. Il pubblico piange mentre canta l’inno nazionale che chiude una delle pagine memorabili delle Olimpiadi.

E a chi, a distanza di anni, le chiede ancora «Come hai fatto, Kerri risponde serafica: «Il dolore è temporaneo, l’orgoglio è eterno

Scritto da: Fabio Columbano

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