Erano solo un gruppo rock di liceali che faceva fatica ad affermarsi in patria, i Beatles che arrivarono ad Amburgo nel 1960. In tasca grandi speranze e un ingaggio presso alcuni night della città dove era consuetudine suonare dal vivo ininterrottamente per intrattenere la gente che si avvicendava.

In un’intervista di molti anni dopo, John Lennon ricorderà come le serate durassero anche otto ore per sette sere la settimana. Questo costrinse i Beatles a preparare e ad arrangiare un’enormità di pezzi.

Si calcola che, nel periodo 1960 – 1962, si siano esibiti dal vivo circa 1200 volte, un numero sorprendente se si pensa che molti gruppi non raggiungono questo numero nemmeno in tutta una carriera.

Da una stima sommaria, si calcola che abbiano suonato per circa diecimila ore.

Già, diecimila ore.

Numero che ricorre in una ricerca dei primi anni novanta dello psicologo svedese K. Anders Ericsson che indagava la vita dei fuoriclasse in vari campi come la musica, lo sport, l’arte o la letteratura.

In quegli anni Ericson  iniziò uno studio sui violinisti dell’Accademia musicale di Berlino. Con l’aiuto dei professori, li divise in tre gruppi.

Nel primo c’erano le “stelle”, gli studenti con forti possibilità di diventare solisti di fama internazionale. Nel secondo i musicisti ritenuti semplicemente “bravi”. Nel terzo, quelli con scarse probabilità di diventare professionisti.

A tutti venne posta la stessa domanda: «a quante ore di esercizio vi siete sottoposti da quando avete preso in mano il violino per la prima volta?»

Tutti avevano iniziato a suonare più o meno alla stessa età: cinque anni. Ma, a vent’anni, la differenza tra i tre gruppi era considerevole. I meno dotati avevano accumulato quattromila ore di pratica, i bravi ottomila e i più talentuosi ben diecimila.

Si, proprio come i Beatles ad Amburgo.

Da allora, diverse ricerche anche in altri campi portano sempre allo stesso risultato: per arrivare  all’eccellenza sono necessarie diecimila ore di applicazione.

I Beatles che tornarono a Liverpool, due anni dopo, erano una band diversa. Non solo perché al batterista Pete Best era subentrato Ringo Starr ma perché il quartetto aveva affinato un’intesa ormai perfetta. Finalmente erano pronti e Love me do fu solo il primo di un’incredibile serie di successi che li consegnò alla leggenda della musica.

P.S. Ti starai chiedendo: e Pete Best?

Dopo Amburgo, tornò a Liverpool dove continuò a suonare e trovò impiego presso un ufficio di collocamento.
Anche lui passò alla storia…

Scritto da Fabio Columbano
Ispirato dal libro “Fuoriclasse” di Malcolm Gladwell

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